L'”analfabetismo iconico” e i passi indietro della nostra scuola.

La nuova rivista di cinematografia “Otto e mezzo”, edita dall’Istituto Luce di Roma, affronta nel suo primo numero il tema: “Siamo un paese di analfabeti filmici?”. Il suo direttore, Gianni Canova, intervistato, offre la sua risposta e usa parole dure : “gli italiani mostrano il più alto tasso di analfabetismo iconico di tutto l’occidente”.  Non solo dunque un problema di cultura cinematografica ma, potremmo chiosare, un deficit più ampio che ha a che vedere con la comunicazione attraverso le immagini.

Non è il caso di stupirsi, dal momento che poco o nulla è stato fatto per elevare la capacità degli italiani verso le abilità di decodifica, comprensione e interpretazione delle immagini, sia che esse appartengano al linguaggio cinematografico, televisivo, fotografico, grafico o più latamente artistico in tutte le sue manifestazioni storiche o contemporanee. Sembra un paradosso per una società considerata prevalentemente “visiva” ma è esattamente ciò che sta succedendo.

La scuola, pur con tutti i limiti suoi propri, e sempre purtroppo crescenti, continua ad essere il fondamentale luogo di creazione di conoscenza per gli individui e talvolta unico luogo di condivisione di culture e approcci epistemologici differenti. Avendo esperienza di istruzione secondaria superiore ho chiara la consapevolezza di cosa significa orientare un adolescente verso alcuni campi di riflessione piuttosto che altri, incoraggiare la sua intelligenza ad esercitarsi su alcuni terreni in modo consapevole ed attivo in anni estremamente vitali e strutturanti della sua persona.  Ho anche molto chiaro come in questa fase della crescita ci siano esigenze già molto complesse che, per essere davvero soddisfatte, richiedono gradi elevati di padronanza non solo dei contenuti disciplinari, ma anche dei linguaggi e dei fondamenti scientifici profondi dei vari specifici ambiti. Con amarezza perciò assisto alla progressiva regressione dell’insegnamento della cultura visiva  nella nostra scuola superiore, e non trovo alcuna giustificazione a questa scelta così miope e castrante per tutto il Paese.

Con la “riforma Gelmini” l’insegnamento della Storia dell’Arte è stato mantenuto solo nei tre anni conclusivi dei percorsi liceali e in rari corsi non liceali con finalità turistiche. Questo insegnamento è stato invece tolto dagli istituti tecnici dove era presente, è stato tolto dagli istituti professionali, compresi quelli orientati ai sistemi turistici o relativi al comparto moda, e continua a non essere presente nei corsi per geometri.  Se consideriamo che le iscrizioni agli istituti tecnici sono in aumento, e non quelle ai licei, comprendiamo come  la platea degli studenti che ricevono un insegnamento di storia dell’arte si stia drasticamente riducendo.

Sulla base delle Raccomandazioni del Parlamento Europeo, che delineano le così dette “Competenze chiave per l’apprendimento permanente”, nel 2007 è stato emanato un Decreto Ministeriale che definisce le “competenze di cittadinanza” che devono essere certificate dalle istituzioni scolastiche. Fra queste è inserita la competenza nella comunicazione, definita come comprensione e produzione di messaggi nelle varie forme comunicative.  Per chiarire ulteriormente come organizzare le varie competenze, un secondo Decreto Ministeriale, del 2010, ha poi istituito quattro “assi culturali” : asse dei linguaggi, asse matematico-aritmetico, asse scientifico-tecnologico, asse storico-sociale, declinando le varie discipline di insegnamento in modo tale che contribuiscano ad alimentare i quattro ambiti individuati.  Purtroppo però, a fronte di questa organizzazione strutturata in base alle indicazioni europee, sul fronte dei linguaggi la scuola secondaria superiore italiana continua a privilegiare in modo assoluto e totalizzante i linguaggi di tipo verbale, trascurando i linguaggi visivi ed ignorando totalmente i linguaggi musicali.  La riduzione dell’insegnamento di storia dell’arte ne è un segnale evidente.

Ma c’è di peggio. Poichè questa carenza è apparsa comunque evidente ad un’osservazione minimamente attenta, lo sforzo ministeriale è stato quello di allargare forzosamente l’ambito di alcune discipline, una fra tutte la Lingua e Letteratura Italiana. Al di là delle competenze e della formazione dei docenti, l’articolazione di questa disciplina ha cominciato “formalmente” a comprendere elementi di storia dell’arte, dell’architettura, della fotografia e del cinema.  Ancora, nella pratica, sono pochi i docenti che trascurano la storia della letteratura per affrontare altri percorsi culturali, ma se osserviamo i nuovi libri di testo di Lingua e Letteratura Italiana delle maggiori case editrici dobbiamo notare interi capitoli di storia dell’arte e dell’architettura. Questo è un chiaro segno della tendenza in atto che privilegia un insegnamento genericamente informato in vari ambiti culturali ma necessariamente non calato nella specificità disciplinare. Esattamente il contrario dell’esigenza degli adolescenti che hanno invece attitudine a cogliere le differenze fra gli approcci ed i linguaggi, e vanno innanzitutto protetti da un’approccio di tipo generico.

La Francia ha fatto parlare di sè quando, alcuni anni fa, ha deciso di estendere la Storia dell’Arte a tutte le scuole. Appariva un passo avanti notevole e di buon auspicio per l’Europa intera. A distanza di qualche tempo tuttavia si è compreso che si trattava di un percorso di “aggiornamento” di insegnanti di discipline affini in modo che ampliassero il loro insegnamento introducendo elementi riguardanti le arti visive ed il patrimonio. Questa soluzione è stata criticata proprio per la genericità dell’approccio che non garantisce affatto un reale processo di creazione di nuova vitale conoscenza.

In Italia, senza che nessuno dei decisori politici e sociali più significativi dica nulla,  stiamo assistendo ad un medesimo processo di banalizzazione delle differenze epistemologiche fra discipline che hanno fondamenti non solo diversi, ma spesso alternativi fra loro.  Poi ci rammarichiamo quando il nostro paesaggio, il nostro patrimonio, le nostre tradizionali capacità creative vanno digregandosi.

R.C.

Per informazioni e rassegna stampa sulla riduzione dell’insegnamento della Storia dell’Arte nella scuola italiana si può consultare il sito dell’Associazione Nazionale Insegnanti Storia dell’Arte  www.anisa.it

Tina Lepri,   Hanno ucciso la storia dell’arte  da Il Giornale dell’Arte  giugno 2012

Annunci

9 pensieri su “L'”analfabetismo iconico” e i passi indietro della nostra scuola.

  1. Chi si laurea in Storia dell’Arte sostiene almeno dodici esami specifici, cui si aggiungono quelli di Storia dell’architettura, Restauro di Beni mobili e immobili, Diagnostica, Museologia ed allestimento, Legislazione nazionale ed europea. La preparazione è completata con lo studio della Storia della Letteratura, della Storia, della Storia della Musica, del Cinema e della Fotografia. Storico dell’Arte, infine, è colui che ha conseguito il Diploma di Dottore Specialista in Storia dell’Arte presso una Scuola di Specializzazione. Non dovrebbero, pertanto, esservi dubbi su chi possa insegnare Storia dell’Arte e su quale debba essere la figura professionale di riferimento in qualsiasi ambito riguardante i Beni Culturali. Invece, in Italia, solo per questo campo tutto diviene opinabile. Nell’insegnamento, nella direzione di un museo, solo per fare alcuni esempi, spesso viene richiesta una generica formazione umanistica. Ingegneri ed architetti possono insegnare Storia dell’Arte, sono gli unici deputati a seguire i cantieri di restauro architettonico (nelle Chiese anche degli altari marmorei), gli unici che possono firmare le schede A per le Soprintendenze. L’unico ministro non tecnico è Ornaghi. Chi ha dedicato la propria vita allo studio della Storia dell’Arte, quindi, si ritrova ad essere sempre precario, con una figura professionale non ben definita. Mi chiedo spesso se lo Stato non mi abbia truffato, dandomi dei titoli di cui poi non sa che farsene.

    • Concordo. Credo che da troppo tempo soprattutto il mondo accademico di ambito storico artistico guardi con superficialità e distacco la scuola e i contesti professionali. Un mancato interesse maturato nei decenni scorsi che ora costituisce il terreno per questa incerta identità disciplinare e professionale.

  2. Ricordo che – metà anni ’90 – ci fu una sperimentazione in alcune sezioni del mio Liceo (classico) tale che l’insegnamento della Storia dell’Arte partisse dal primo anno per coniugarsi con l’andamento dei corsi di Lettere italiane, latine e greche e Storia,nonchè, poi, Filosofia.
    Devo dire che, col senno di poi, rimpiango un po’ il non aver fatto quelle due ore in più a settimana nei primi due anni, ma solo – come ormai è regola, mi pare di comprendere – solo gli ultimi tre.
    Articolo interessantissimo, grazie per averlo postato.

  3. Nel nostro paese spesso chi si ocupa di scuola ha poco presenti nobili questioni di epistemologia e va per grandi categorie e approssimazioni per somiglianza, anche vaga ,tra le cose accostamenti forzati che generano danni peggiori della totale candida ignoranza. se poi pensiamo che in Italia le due materie su cui si alternativamente tagliato di più sono state geografia e storia dell’arte si fa fatica a capire la ratio……

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...