Paesaggio da eleggere: luci ed ombre delle valli del Trentino nell’anno del voto per la Provincia

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Il palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme

Le valli del Trentino offrono sorprese: mentre capita di trovare cantieri aperti che sopraelevano case ottocentesche nel centro dei borghi storici e monetizzano parcheggi, succede che si possa godere della recente riapertura, dopo un ottimo restauro, del notevole palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme, a Cavalese, con le splendide decorazioni rinascimentali volute dal vescovo Bernardo Clesio e dai suoi successori.   Difficile decidere come giudicare la condizione del paesaggio e del patrimonio di queste valli, difficile capire quale sia l’orizzonte condiviso da territori  frammentati in piccole amministrazioni comunali e gestiti dalla forte provincia autonoma che garantisce indipendenza anche alle strutture di tutela dei beni architettonici e culturali.  Senz’altro, ad alcune brillanti scelte di ordine infrastrutturale o di salvaguardia, si sommano anni di governo del territorio, del paesaggio e del patrimonio che hanno visto erodersi in alcune valli, giorno dopo giorno, preziosi segni d’identità.

In questi primi giorni del nuovo anno, che sarà per il Trentino anno di elezioni provinciali e di decisioni urbanistiche ed infrastrutturali, ci concediamo una prospettiva larga che, come a volo d’uccello, possa offrire uno sguardo d’insieme su queste valli.

Siamo abituati a considerare gli anni Sessanta e Settanta come quelli dell’arrivo dello sviluppo e del turismo nelle valli, quelli del miglioramento delle condizioni socio-economiche dei residenti, ma anche quelli della più spregiudicata aggressione alla montagna maturata attraverso lo sviluppo edilizio e le nuove infrastrutture. E’ però con inaspettata tenerezza che ora capita di osservare i residuali “modesti” interventi di quegli anni che si inerpicano fra i boschi o punteggiano valli e prati. Tutto sommato, quei primi scomposti gesti,  sembrano ora incredibilmente poca cosa rispetto alla più massiccia presenza che segna il trentennio di “maturità” dello sviluppo economico e turistico corrispondente agli anni Ottanta, Novanta e Duemila, decenni che storicamente avrebbero dovuto godere di una miglior consapevolezza ambientale e di una più evoluta strumentazione urbanistica.  Nelle valli del Trentino è stato invece soprattutto quest’ultimo il periodo della proliferazione incontrollata dell’edilizia, ed in particolare di quella destinata alla realizzazione degli alloggi per il turismo.

Osservando alcuni dati si può capire l’ampiezza del fenomeno. Nella Val di Fiemme, nei secondi cinquant’anni del secolo scorso, la popolazione residente ha avuto un aumento del 12% ed ha raggiunto le 18.400 unità, ma il numero delle abitazioni é salito a 14.500. Nella zona che va da Ponte Arche a Tione, Pinzolo e Madonna di Campiglio, a fronte di una popolazione che nel 2001 raggiungeva i 35.442 residenti, si assisteva alla presenza di ben 33.088 alloggi.  Una dinamica che ha raggiunto il suo vertice in Val di Fassa, dove a 9.100 residenti nel 2001, hanno corrisposto 10.100 unità abitative.
Crescite edilizie alle quali vanno aggiunte le cubature di tipo alberghiero e ricettivo, e che non sono soltato state imponenti, e continuano ad esserlo tuttora, solo debolmente rallentate dalla crisi, ma hanno soprattutto spesso abdicato a criteri di qualità, cedendo progressivamente alle logiche dei vantaggi individuali e parcellizzati, favoriti dalle modeste dimensioni delle autonomie comunali.

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Insediamenti sparsi in Val di Fiemme

Un primo effetto molto evidente è stata la diffusione larga e incontrollata degli insediamenti, come è accaduto ad esempio in Val di Fiemme, dove gli interventi edilizi, sparsi e disorganici, si sono allargati confondendo i limiti di identificazione dei centri storicamente abitati e hanno prodotto, oltre ad un’alterazione irreparabile del paesaggio, una faticosa proliferazione di vie di comunicazione ed infrastrutture, una difficile rete di mobilità e una complessa gestione del territorio.

ImmagineImmagineImmagineIn altre zone invece la crescita edilizia si è raccolta intorno ai tradizionali centri abitati ma è spesso mancata un’adeguata gestione della relazione fra “centro storico” e nuovi insediamenti.  Se i grandi edifici alberghieri, sorti in molti casi in epoca precoce, si sono identificati come entità nuova e alternativa rispetto al tessuto tradizionale, con esiti più o meno felici, la diffusione della tipologia residenziale, declinata nelle forme dei condomini e delle villette, si è invece di volta in volta innestata nel tessuto insediato precedente,  allargata intorno o, più disgraziatamente, si è insinuata in porzioni integre di territorio, molto spesso senza sapersi dare un criterio che potesse aiutare a creare un nuovo e coerente profilo paesaggistico di valle.  Ancora oggi, ad esempio, sull’Altopiano della Paganella, si continuano ad affiancare tipologie diverse ed incongrue, così si trovano lì trasportate forme edilizie altoatesine, discese a valle di baite d’alpeggio aggraziate da inattesi decori tirolesi, abbaini che spuntano da ogni tetto per consentire la creazione di mansarde abitabili, uno sfavillio cromatico che spazia dal giallo florescente al fuxia, dal celeste al violetto. Si ottiene la percezione di una ridefinizione progressiva dell’aspetto dell’abitato che tende sempre di più verso un’omologazione standard ad un generico immaginario montano che ha tutta l’intenzione di accontentare il turista, ma che svuota in modo sempre più evidente un patrimonio identitario che, paradossalmente, si scopre oggi essere più redditizio anche sul piano economico.
Un patrimonio, quello dell’edilizia storica trentina,  che è stato soprattutto compromesso in alcuni centri storici dove, l’inadeguato confronto con l’ordine cristallino del “nuovo” e la fatica di un pensiero doppio – nelle zone più recenti del paese si dovrebbe fare in un modo, in quelle storiche in un altro- , lo hanno sgretolato giorno dopo giorno: ogni volta che si è lasciato chiudere uno stallino tradizionale fra le case senza avere l’attenzione di lasciare il segno formale di quell’antica presenza, ogni volta che è stato sostituito un antico spazio ortivo nel cuore del paese con una manciata di posti macchina, ogni volta che è stata concessa la ridefinizione dei profili delle vecchie case facendo per sempre perdere la svasatura al piede dove il muro si fa grosso e regge con le sue pietre l’intero edificio. E si badi, tutti fatti accaduti nel centro storico di Molveno negli ultimi quindici anni, non negli spregiudicati anni Settanta.

Qua e là si distinguono tuttavia convincenti recuperi di borghi o di singoli edifici – da citare senz’altro il borgo di Dorsino nella valle del Sarca o la sistemazione di Varena in Val di Fiemme –  o poche case ancora indenni dalle ristrutturazioni che si spera possano essere la pietra su cui poggiare una nuova stagione di consapevolezza. Un sentimento questo che, a ben guardare, comincia a serpeggiare fra le giovani piccole imprese di costruzione, che riprendono a sperimentare tecniche e forme della tradizione, plasmandole sulle nuove esigenze impiantistiche ed energetiche, o che riemerge prepotente nelle iniziative locali che, accorgendosi che l’identità va sparendo, raccolgono le immagini del passato per poter aver più chiara la percezione di ciò che è cambiato.

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Disboscamenti per il collegamento sciistico Pinzolo – Madonna di Campiglio

Gli ultimi vent’anni sono stati anche anni di grandi opere sul territorio.
Sono senz’altro da citare alcuni aggiustamenti viabilistici: tunnel e circonvallazioni di alcuni centri storici, nati per garantire al turismo una viabilità più scorrevole, hanno avuto il pregevole effetto di ridare ad alcuni centri, uno su tutti quello di Cavalese, la naturale dimensione a prevalenza pedonale, che lo ha arricchito offrendo occasione di identità alla valle e nuovi valori per il suo patrimonio edilizio più o meno storico. Così come altrettanto efficaci si sono rivelate le opere che hanno portato in galleria la viabilità di sbocco sulla Val d’Adige per l’accesso alle valli di Non e di Fiemme.
Più controversi gli interventi per gli sport invernali. Oltre al superfluo e dannoso nuovo collegamento fra gli impianti di Pinzolo e Madonna di Campiglio, motivato sui giornali dai responsabili politici con le indiscutibili nuove esigenze del mercato turistico, i grandi recenti lavori hanno riguardato quasi ovunque la dotazione dei comprensori di impianti di innevamento artificiale. Tubi portano acqua dal lago di Molveno alla Paganella, laghi pensili artificiali sono stati ricavati fra le rocce della Val di Fiemme e altrove, già da qualche giorno si sta producendo neve per la Marcialonga e per i prossimi mondiali di sci nordico. Uno sforzo ingente: più di quanto non appaia al turista, certamente indispensabile per far quadrare gli incassi della stagione invernale, da considerare ormai come corollario infrastrutturale e di impatto ambientale per ogni nuovo ragionamento che attiene agli sport invernali.

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Dolomiti di Brenta

In tutto ciò due fatti, sopra tutti, sembrano però i più interessanti binari entro i quali tenere un progetto per il futuro di questi territori: da un lato il grande successo dell’aver ottenuto per le Dolomiti l’inclusione nella lista UNESCO dei Patrimoni dell’Umanità, circostanza che inquadra e regola con più efficacia ogni intervento in quel perimetro, ed in secondo luogo lo sforzo che da qualche tempo sta vedendo un’ azione sistematica sugli edifici di valore storico ed artistico, che ottengono buoni restauri e riaperture alla pubblica frequentazione, sforzo ogni volta ripagato dal deciso consenso turistico ma anche da quello più strettamente locale che vi riconosce un’educativa riappropriazione identitaria. Potrebbero essere citati molti esempi, ma fra tutti val la pena di ricordare i restauri e le riaperture di Castel Thun in Val di Non, pochi anni or sono, e l’attuale già citata del Palazzo della Magnifica Comunità della Val di Fiemme, che si affiancano ai recuperi di altri castelli, palazzi storici, pievi, emergenze archeologiche, malghe, tracce e forme dell’economia d’alpeggio. Un patrimonio che, quando identificato in maniera puntuale, gode spesso di molte e giuste attenzioni, e che restituisce valori civili ed economici.

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Studiolo del Vescovo nel Palazzo della Magnifica comunità di Fiemme

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Pinacoteca nel Palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme

Rimane in conclusione la sensazione che il territorio, il patrimonio e l’ambiente rimangano qui, come, e forse più che altrove, elementi troppo distinti l’uno dall’altro, con destini vistosamente fra di loro divaricati a seconda di quale livello e tipologia di ente politico o di tutela “curi” il loro futuro. Questi territori continuano a scontare un’ eccessiva parcellizzazione del governo locale e una frammentazione del contesto decisionale che le nuove Comunità di Valle, enti terzi, intermedi ma aggiuntivi, fra Comuni e Provincia, non sembrano destinate a semplificare e razionalizzare.
Sarà importante avviare una diffusa discussione sul destino di questo paesaggio, sui suoi valori, sulle sue necessarie nuove vesti.  Il nuovo anno vedrà una nuova giunta provinciale e preparerà il terreno a sensibili decisioni: fra i propositi per il futuro si leggono impegni volti al contenimento della crescita edilizia, alla sua armonizzazione col territorio, ma sul tavolo ci sono anche idee come il controverso progetto Metroland, che meriterà eventualmente un supplemento d’indagine.

Da turista, alpinista, sciatrice, studiosa e cittadina un caro augurio al Trentino per un buon 2013 !

Raffaella Cattinari

Allegato al Piano Urbanistico Provinciale della provincia di Trento

Intervento sulla questione del paesaggio delle associazioni ambientaliste trentine

Intervento dell’Assessore Provinciale all’Urbanistica, già Sindaco di Cavalese in Val di Fiemme

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Un pensiero su “Paesaggio da eleggere: luci ed ombre delle valli del Trentino nell’anno del voto per la Provincia

  1. Mi piace questo tema che apre gli occhi e informa chi pensa ancora
    alla montagna come luogo in cui sciare. C’è molto di più da scoprire.

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