Scaricare cultura

Molti chiedono maggiori vantaggi fiscali per le aziende che “investono” in cultura. Quali i veri obiettivi? Quale la situazione in Italia? Alcune valutazioni e una proposta.

Bruno Vespa, la presidente del FAI Borletti Buitoni, il presidente della regione Piemonte Cota, il sindaco di Roma Alemanno, e tanti altri, sono accomunati dai loro recenti e ripetuti appelli in richiesta di più favorevoli normative in materia fiscale per gli “investimenti” dei privati per la cultura e il patrimonio italiano.  Non solo: l’intervento di Andrea Carandini all’ultima Fiera del Libro di Torino ha avuto per tema gli “sconti fiscali” e i beni culturali, le ricerche sul tema fatte da regioni, associazioni e università si moltiplicano, anche il Parlamento si occupa della questione attraverso interrogazioni al ministro e ormai innumerevoli sono gli interventi che chiedono coralmente, come un’ovvietà, maggiori benefici fiscali per favorire l’investimento dei privati.
E’ ormai evidente che si tratta di un tema di fronte al quale non ci si può sottrarre e che, con buona probabilità, sarà una delle questioni in discussione nella prossima campagna elettorale. D’altra parte l’unica cosa fatta dal Governo Monti nei suoi primi cento giorni, e forse anche dopo, nel settore dei beni culturali, è stata la modifica in senso semplificatorio della norma fiscale sulle erogazioni liberali.

Tralasciando qui di parlare della normativa che riguarda agevolazioni e finanziamenti per tutti coloro che possiedono immobili od oggetti di valore artistico o culturale, proviamo ad occuparci esclusivamente dei casi di intervento economico a favore dei beni e delle attività culturali.

In Italia la legislazione distingue fra singolo cittadino e impresa, offrendo modalità diverse di risparmio fiscale, inoltre distingue due diversi tipi di “erogazione liberale”: quella rivolta a enti appartenenti o riconosciuti dal MIBAC, e quella rivolta a ONLUS, associazioni e fondazioni.
Infine è riservata alle imprese la possibilità di effettuare le così dette “sponsorizzazioni”, cioè contratti di tipo pubblicitario con enti, associazioni o altro.
Gli introiti ottenuti negli ultimi anni grazie alle erogazioni liberali sono giudicati insufficienti rispetto alle attese, mentre più significativo è stato il ricorso ai contratti di sponsorizzazione.

Le ragioni della bassa capacità del nostro sistema culturale di ottenere risorse tramite donazioni sono senz’altro molteplici, e andrebbero analizzate con cura. Ciò che però stupisce è leggere quali sono queste ragioni secondo l’opinione corrente ed il parere di alcuni autorevoli osservatori.

Stando, ad esempio, ad un recente lavoro di indagine realizzato da Civita insieme alla Fondazione Visentini e alla Luiss, le motivazioni sono da attribuirsi in buona parte al fatto che il vantaggio fiscale, a seguito di un’erogazione liberale, è sottoposto a vincoli, controlli e possibili sanzioni (p.32 studio Civita).  Non si può non rimanere meravigliati nel vedere che si ritiene un ostacolo il fatto che lo Stato si riservi di effettuare controlli in materia fiscale. Per le imprese in Italia è possibile  donare fino al 10% del proprio reddito ad un’ associazione o fondazione, ottenendone in cambio la completa deducibilità, ed è  inevitabile che si possa controllare che quell’associazione o fondazione non sia un’entità di comodo.   Si potrebbe allora immaginare che la richiesta fosse quella di far sì che l’atto di donazione avvenga verso entità sempre preventivamente certificate, in modo da rendere meno incerto il futuro, ma questo non è ciò che domandano gli estensori della ricerca, che invece pensano di compensare il problema chiedendo direttamente il “coinvolgimento del mecenate nella realizzazione e gestione dell’iniziativa culturale” (p.7 cit.), fatto che non deve scandalizzare, ma che trasforma il mecenate in imprenditore culturale, e sposta così l’obiettivo dell’azione economica dalla donazione alla gestione: questione profondamente diversa che viene accostata in maniera completamente indebita, e che dovrebbe essere invece trattata per quello che è, cioè l’evidente interesse crescente nei confronti dell’investimento nella gestione di imprese culturali.

Carandini e altri preferiscono invece osservare che si dovrebbe comunque aumentare il vantaggio fiscale, e a questo proposito richiamano come esempio virtuoso quello francese che consente alle imprese di detrarre direttamente dalle tasse fino al 60% della somma donata ma, oltre alla difficoltà di fare paragoni così semplificatori fra sistemi fiscali differenti,  curiosamente,  nel riportare fedelmente le parole del testo di legge francese, dimenticano il fatto che queste donazioni non possono superare il significativo limite del 5 per mille del reddito, limite oltre il quale l’azienda francese non ha nessun vantaggio. Facendo due conti si può concordare sul fatto che il sistema francese sia un po’ più vantaggioso, ma solo di poco, soprattutto se si considera che il nostro sistema funziona per scaglioni reddituali.

Le aziende italiane comunque, alla più sobria ed anglosassone erogazione liberale, preferiscono maggiore libertà di azione e una più incisiva partecipazione agli eventi culturali,  dunque scelgono in massima parte la via della “sponsorizzazione”. In questo caso la normativa è del tutto identica a quella della pubblicità, essendo infatti il contratto di sponsorizzazione un vero e proprio contratto pubblicitario. Questo ha il vantaggio non indifferente di non essere soggetto a nessun controllo specifico, di garantire massima visibilità dell’impresa – anche perchè ciò che è stato acquistato è proprio lo spazio pubblicitario – e dal punto di vista fiscale l’impresa può godere, come per ogni spesa in promozione, di piena deducibilità dell’importo. Non pare tuttavia che sia sufficiente perchè, anche in questo caso, si avanzano richieste. Ciò che viene domandato è un trattamento di particolare favore,  perchè si chiede l’applicazione di un’aliquota IVA agevolata (p.7 cit.) , e in Italia è sempre inquietante quando si chiedono ulteriori sconti fiscali per la pubblicità.

Non pensiamo certo di esaurire così sbrigativamente il tema delle donazioni per la cultura e il patrimonio, e non pensiamo nemmeno che sia auspicabile in fondo un disimpegno dei soggetti privati in questi settori, perchè anzi ci è ben chiaro che quando si instaura una positiva tensione sociale che dia valore alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio, in un’ottica di ruolo sociale dell’impresa e di arricchimento morale per la gratuità della donazione, la collettività intera, oltre che il patrimonio stesso, ne ricevono un beneficio. Sottolineiamo anche l’effetto di positivo coinvolgimento prodotto dall’atto di liberalità, che corrobora il senso di appartenenza e la predisposizione al controllo e al monitoraggio delle azioni di tutela, di valorizzazione o di produzione culturale. Tuttavia, proprio per questo, la questione va posta analizzando non solo i benefici quantitativi di questi atti, cioè quanti soldi il sistema ottiene in più, ma anche quelli qualitativi, che hanno dinamiche talvolta molto diverse. Non sempre infatti l’ingresso di forti donazioni economiche a provenienza unica rappresenta un beneficio per le attività culturali, perchè esse possono rischiare condizionamenti, così come accade che le grandi sponsorizzazioni costringano, per loro natura, a trasformare il fatto culturale in evento a più alto tasso possibile di visibilità, con tutti i problemi a ciò connessi. Viceversa la capacità di produrre atti di liberalità di modesta entità ma di più ampia diffusione produce riverberi culturali e sociali del tutto differenti. D’altronde, la rinuncia da parte dello stato di allocare autonomamente le somme non più versate come tassazione, è giustificata anche da questo tipo di beneficio sociale complessivo. Dunque una qualche forma di ripensamento del sistema di defiscalizzazione delle erogazioni liberali andrebbe prodotto, ma evitando di accostare il problema da un solo lato.

Il fatto sorprendente è che in tutte queste discussioni, in tutti questi appelli, non si faccia altro che chiedere soltanto vantaggi fiscali in caso di donazioni o sponsorizzazioni, privilegiando così l’interlocuzione con il capitale produttivo o con quello alto o medio-alto, sottintendendo così che ciò che interessa è squisitamente un maggior apporto di denaro e non un accrescimento collettivo di sensibilità e coinvolgimento morale nella tutela.  Più interessante invece sarebbe porsi in un’ottica che pone sullo stesso piano il fundraising e il ruolo di educazione e cittadinanza del Patrimonio, riconoscendo solo nell’intreccio fra questi due aspetti il senso della concessione di benefici fiscali. A questo punto perchè non proporre che anche e soprattutto la fruizione del patrimonio possa e debba godere di benefici fiscali?  Non è discorso nuovo ma sembrerebbe utile riprenderlo. Se si offrisse la possibilità di detrarre le spese per frequentare e conoscere il nostro patrimonio, un vasto settore della società potrebbe scegliere di aumentare il suo consumo culturale annuo di quella percentuale per la quale potrebbe ottenere il vantaggio fiscale, con il duplice effetto di convogliare maggiori risorse verso il settore e di aumentare il livello culturale sociale complessivo. Le scelte dei singoli per la loro propria fruizione dei beni culturali potrebbero in parte ovviare alle distorsioni dell’attuale offerta e questo tipo di applicazione dei vantaggi fiscali potrebbe essere modulata con precisione sulla base dei risultati desiderati.  I limiti più significativi di questa politica ci pare consistano  nei confini da porre alle spese “scaricabili” – l’editoria chiede da tempo questo tipo di misura- e nell’onerosità e difficoltà pratica per il contribuente di gestire i benefit.

Può essere che tornare su questi temi sia ingenuo, e che ci siano elementi di inapplicabilità che ora ci sfuggono, è probabile.

Chiudiamo perciò con leggerezza e lasciamo correre l’immaginazione, pensando che se ormai ci siamo abituati a conservare lo scontrino della farmacia, molto più bello sarebbe poter conservare quei biglietti e quegli abbonamenti che ci hanno fatto stare bene durante l’anno!

(revisione formale del 12.11.12)

Raffaella Cattinari

Risposta scritta del Minstro Ornaghi a interrogazione parlamentare

Testo di anticipazione dell’intervento di Andrea Carandini alla Fiera del Libro

“Fiscalità di vantaggio” di Andrea Carandini, 20 maggio 2012 Il Sole 24 ore

Documento dei 100 giorni del governo Monti

Pagina web del MIBAC sui vantaggi fiscali

Le erogazioni liberali a favore di musei e attività culturali – Regione Toscana

“L’intervento privato nel settore dei beni culturali”     FBV – Luiss CERADI – CIVITA , giugno 2012

Articolo 238 bis del Code géneral des impots

Si rimanda  alle riflessioni contenute nel volume: S.Settis, Italia S.p.A. , Einaudi 2002 e 2007

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2 pensieri su “Scaricare cultura

  1. Pingback: Ovviamente gli Stati generali della cultura titolano sul fisco « Dalle fronde

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